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  • Luigi Enzo Mattei (martedì, 25. febbraio 2014 22:18)

    Sono contento, bella presenza !

Quando l'anima è più che un soffio

Con la semplicità della scrittura libera MAG affronta il confine dell’eternità, sviluppato sul rapporto tra un uomo e una donna nato dalla passione condivisa per l’arte: arte figurata, arte immaginata, arte della vita denudata dai confini di un abito che scompare di fronte al colore etereo dell’anima di Etoile, la prima ballerina.

Il risultato è questo racconto breve che commuove, esplodendo nell’Amore.

 

 

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"L'Etoile - Edgar Degas"

Sal Dubois poggiò l'anima intirizzita nel quadro. Il Quadro. L'unico che gli fosse appartenuto. L'unico che avesse dipinto, benché fosse un critico d'arte.

Le palpebre spesse di vita serrarono, gelose, il ricordo dentro gli occhi. E lo srotolarono, una volta di più, al cuore.

 

Quella sera. Quella sera di marzo di tanti anni addietro. La mostra in onore di Edgar Degas, i suoi dipinti così porosi di vita, di gesso delle scarpine da ballo, di tulle e sudore, figlio maldestro di una prima a teatro.

La gente, i giornalisti, i flash dei fotografi e le donne che lo strattonavano da una parte all'altra, a caccia di uno scatto da copertina. Artiste, pittrici, sconosciute ammiratrici senza un briciolo di pudore. Donne! Vita e maledizione, dolore e diletto.

Era stato all'improvviso che l'aveva vista: Lei.

L’unica in tutta la galleria con gli occhi appiccicati sulla “Stella” di Degas. L'unica che non gli avesse stazzonato la manica della giacca per ottenere il consenso della stampa. Liberandosi dalla stretta dell'ultima arrivata, l'aveva raggiunta.

“Buonasera.”, aveva mormorato.

Senza staccare gli occhi dal dipinto, gli aveva risposto:

“Lei danza. Semplicemente. Non siamo noi che andiamo da lei. E' lei che viene a noi sulle punte dell'anima, perché Degas gliel'ha rapita e l'ha fatta sua, imprigionandola per sempre in questo dipinto.”

“Un'esperta d'arte?”, aveva domandato Sal.

“Una che sporca le pagine di inchiostro. E lei è un pittore?”

“Sì”, aveva mentito senza sapere il perché. E se quella donna fosse stata dell'ambiente, avrebbe saputo che era una bugia fatta e finita. C'era stato un tempo in cui aveva messo mano ai pennelli, ma non aveva dato alla luce che nature morte e paesaggi invernali. Così grigi, negligenti di speranza.

“La guardi bene.”, l'aveva esortato. “Sulle labbra della ballerina passa un sorriso superbo, come a dire: sono io l'Etoile! Ammiratemi tutti! Ma quell'ombra scura, la vede, dietro le quinte? Quell'uomo, in cambio della consacrazione all'eternità, le ha sottratto l'anima. E lei gli ha lasciato fare.”

Sal Dubois era esterrefatto. Nessun critico d'arte, prima d'ora, si era espresso con tanta profondità. Niente più che danza e volto aristocratico di Parigi era il giudizio unanime.

Senza dargli il tempo di ribattere, la donna gli aveva preso la mano, come se fosse stata la cosa più naturale da fare in quel momento e l'aveva condotto fuori dalla galleria. Sal non aveva opposto resistenza, nonostante la mostra, i giornalisti, i fotografi, le donne.

L'aria di marzo era una sferzata di pensieri freschi, sulla fronte. E quell'andare per le strade della città, mano nella mano, una scampagnata nella giovinezza. Un acquerello lieve di campagna e grano, di barche stese al sole, di delfini che giocano con l'onda. Di Tutto. Di Nulla.

Ora non avrebbe più saputo spiegare come il vento li avesse sospinti sino a casa e come lui l'avesse portata nella stanza più intima. Oh, non la camera da letto, ma quel pensatoio che non apriva da secoli. Che mandava odore di pittura, di passato, di muffa, anche, e di anima stemperata nei colori della notte.

“Mettiti là.”, le aveva detto. Era tutto così naturale con lei! Così semplice, straordinario.

Lei aveva tolto i vestiti, li aveva lasciati cadere uno sopra l'altro e come una Paolina Bonaparte, si era stesa su un antico canapè , lasciando scivolare i capelli nell'incavo dei seni.

Sal aveva sollevato il lenzuolo dal cavalletto e con esso una scia luminosa di polvere. Polvere di sogni sopiti, bistrattati, dimenticati. Non si era chiesto perché stesse facendo tutto questo, né se sarebbe stato in grado di farlo.

Aveva preparato i colori senza staccare gli occhi dal corpo sinuoso della donna. Talmente eterea, da chiedersi se fosse reale. Viva. E l'aveva ritratta. In quella nudità schietta, opalescente.

Non vi erano state parole. Solo il bisbiglio del pennello che mormorava alla tela.

“Grazie. Nessuno mi aveva reso tanta bellezza”, aveva sussurrato lei, quando il quadro aveva preso vita. Sal l'aveva stretta a sé in un abbraccio così forte da toglierle il fiato.

“Vorrei tenerti qui, fra le mie braccia e non lasciarti andare mai.”

“Stringi, ti lascio l'anima.”

Se ne era andata e non l'aveva vista più...

 

 

La voce di suo figlio gli annebbiò il ricordo e gli asciugò le lacrime. Chissà da quanto tempo era fermo sulla soglia a guardarlo.

“Ancora lei papà?”

Sal sospirò.

“Questa donna è una chimera. Un parto della tua fantasia, un sogno.”

Sal si adirò, ma trattenne la collera. A che serviva arrabbiarsi con suo figlio? Tanto non avrebbe mai compreso quell'amore così puro. E libero. Immateriale.

“Mi ricongiungo a lei, figliolo.”

“Cosa sono questi discorsi? Da quando è morta la mamma, non fai che rifugiarti in questo scantinato buio.”

“E' giunta l'ora. La sua anima è rimasta qui, a vegliarmi per tutta la vita. Allora io non sapevo, ma il giorno dopo che dipinsi questo quadro, lei morì. Lei sapeva. E mi consegnò la sua anima.”

“Una coincidenza, papà!”, si intestardì il giovane.

“Certi incontri non avvengono per caso. Non la senti la sua voce, Jean? É venuta a prendermi.”

“Ora basta!”, lo redarguì il ragazzo.

All'improvviso una folata di vento spalancò la finestra e un fiume di luce invase la stanza, abbagliando lo sguardo. Jean si precipitò a chiudere la finestra. Un colpo d'aria poteva essere fatale per la salute cagionevole di quel padre ostinato.

“Papà!”, urlò.

Sal Dubois si era accasciato sul canapè. Sul volto, era tornato il bel sorriso di un tempo.

Jean gli tastò il polso. Aveva reso l'anima a Dio o, forse, a quella donna misteriosa. Che, ora, sul quadro, non c'era più.

 

© Manuela Anna Greco