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  • Luigi Enzo Mattei (martedì, 25. febbraio 2014 22:18)

    Sono contento, bella presenza !

Mio cugino Arturo

 

A quell'epoca, facevo la stagione come cameriere in un Grand Hotel. Sai quegli hotel con il pavimento lustro e i lampadari di cristallo?


Durante gli inverni della Bassa, gli inverni di rane fritte e nebbia che si incolla sulle lenti degli occhiali, studiavo per diventare Perito Turistico, nonostante mio padre.

“Che diploma è? Potevi mica imparare a guidare il trattore e a irrigare le risaie, come tuo cugino Arturo?”, mi chiedeva ogni volta che tentavo di spiegargli la passione per gli studi.

Mia madre mi faceva cenno di tacere e mi spingeva dentro camera. Sulla scrivania, mi faceva trovare un piatto di minestra calda, una fetta di carne e una mezza mela sbucciata che era già diventata nera.

Io pensavo alle portate raffinate del Grand Hotel di Sanremo e alle mele cotte, annegate nello zucchero bianco e spolverate di cannella. E mentre affondavo i denti nella mela di casa mia, l'acquolina si scioglieva nei sogni.

Anche quell'estate del 1951, volteggiavo tra un tavolo e l'altro e servivo la bella gente, quella che non potendo sfoggiare l'ermellino nel mese di agosto, girava attorno al collo i fili di perle e faceva brillare gli anulari di diamanti. Quella gente cui tenevi aperte le portiere delle Fiat 1500 e ne vedevi scendere gambe fruscianti nelle calze di seta.


C'erano i signori commendatori con tanto di Borsalino in testa e il sigaro spento tra le labbra. E gli avvocati che ti facevano cadere nelle tasche 250 lire se assieme ai bagagli, gli facevi trovare in camera la trasgressione di una testa coronata da una crestina di pizzo.
Io, che avevo appena compiuto diciotto anni, guardavo dal basso quel mondo variopinto e, lo ammetto, ne rimanevo attratto più di quanto avrei voluto.


Pensavo a mio cugino Arturo, chino sui campi di grano, coi piedi a mollo nel riso. E riflettevo su quanta vita gli avessero sottratto. Perché era una questione di quantità.
Signore eleganti con la messa in piega, così diverse da mia madre che si appuntava due bigodini maldestri per la Messa della domenica, barche ormeggiate al Porto Vecchio, file ordinate di ombrelloni sulla spiaggia, palme altezzose e banconote schioccanti in un'Italia che da poco aveva rialzato la testa.
E poi lei. Lei. Una donna di classe, avresti detto. Discreta, silenziosa. Una cui, da bambina, avevano dovuto spiegare per filo e per segno il galateo. Quanti scapaccioni presi per lei dal capo camerieri, mentre me stavo nascosto dietro la colonna del salone a spiare come si puliva gli angoli della bocca o come sbucciava gli agrumi o, ancora, avvicinava la tazzina alle labbra.
Una donna sempre sola, con un cappellino appuntato sui capelli morbidi e biondi e le gambe lunghe, accavallate sotto il tavolo della sala mangé.
Tra il primo e il secondo, tirava fuori dalla borsetta un taccuino e ci annotava parole frenetiche che nascondeva appena mi presentavo al suo tavolo con una pietanza fumante.


Il pensiero di Arturo, chissà perché, mi veniva a bussare ancora sulle tempie martellanti di desiderio, mentre infilavo gli occhi nell'incavo dei seni e mi chiedevo quanti anni potesse avere quella donna registrata con il nome di Emma. Ma un tempo non era come oggi e non si potevano fare troppe domande. E a me cresceva la voglia di saperne di più, mentre Emma rimaneva un muro impenetrabile di sorrisi di circostanza.
A volte la scorgevo lasciar andare lo sguardo allungato di ciglia sul mio volto, come fa chi fruga dentro un ricordo, ma era questione di un attimo e a me tremavano le gambe sotto la divisa inamidata del Grand Hotel.
Io, Emma, la sognavo la notte, quando il desiderio si faceva caldo e bagnato e mi pareva di sentire il suo odore, oltre le pareti della camera.
La immaginavo il giorno, quando preparavo il tavolo con la tovaglia di fiandra rosa e allineavo le posate e i bicchieri. E sì, lo confesso, portavo alle nari il suo tovagliolo sporco di rossetto, prima di cambiarlo con uno nuovo.
“Lascia perdere ragazzo! Non è roba per te, la signora Emma.”, mi aveva detto il capo camerieri che si era accorto della mia passione.


Anche quella stagione del 1951 volgeva al termine e, con lei, il lavoro di cameriere. Presto sarebbe ricominciata la scuola: l'ultimo anno di istituto tecnico e mi sarei diplomato.
Non potevo tornare a Voghera senza aver conosciuto Emma. Una parola almeno, oltre i “grazie” e i “prego” di cortesia.
Mi inventai uno stratagemma per attirare la sua attenzione: tra le pieghe del tovagliolo, iniziai a lasciarle un'impronta d'amore: una poesia rubata a Caproni, una frase di Montale e persino qualche prodezza che nasceva sotto la spinta delle mie smanie.
La prima volta che Emma lesse il bigliettino, si guardò intorno. Confusa, smarrita e, a me parve, impaurita, alla ricerca di occhi ammiccanti e, magari, colpevoli, ma non incontrò che sguardi chini sulle pietanze del Grand Hotel.
Seguitai il mio gioco fintanto che non le strappai un sorriso e fu allora che apposi la mia firma a margine della poesia.
Emma mi chiamò al tavolo, mi fissò con severità dal fondo degli occhi celesti e mi infilò nel palmo della mano un pezzo di carta stropicciato.
L'insopportabile visione di Arturo in canottiera che si tergeva la fronte sotto il sole della Bassa tornava a infastidirmi anche in quell'occasione, mentre mi intrufolavo in bagno, smanioso di leggere il primo messaggio di Emma.

Io e Arturo avevamo sette anni di differenza. Ci somigliavamo molto, i nostri padri erano fratelli. Lui aveva sentito sulla testa il fischio delle bombe e si era sdraiato accanto alla morte, nelle trincee tra il passo Falzarego e il Col di Lana. Aveva conosciuto i campi di sterminio di Auschwitz e l'efferatezza dell'uomo. Dalla guerra aveva riportato indietro le natiche, ma aveva perso un occhio. Arturo non parlava volentieri di quell'incidente che l'aveva reso quasi cieco, né di quante “lettere piene d'amore” aveva scritto in quelle notti in cui l'unico rumore era lo sbattere dei denti, uno sull'altro. E nemmeno di quanto si era sentito “tanto attaccato alla vita”.
Mio cugino Arturo era un mistero di silenzi rurali. E non solo.


Il bagno della servitù puzzava di urina e non era neanche tanto pulito, ma a me pareva il posto più bello del mondo: con me, avevo le parole di Emma e come sempre, l'attesa della felicità è di gran lunga migliore della felicità stessa, perché è densa di aspettative.
Annusai il biglietto, gli posai sopra le labbra e finalmente lo aprii.
“Non lascio che neanche un singolo fantasma del ricordo svanisca con le nuvole, ed è la mia perenne consapevolezza del passato che causa a volte il mio dolore, ma se dovessi scegliere tra gioia e dolore, non scambierei i dolori del mio cuore con le gioie del mondo intero .”
I versi di Gibran mi furono subito noti, ma non li seppi interpretare e rimasi a corto di parole, a metà fra la delusione e lo sconcerto. Perché Emma mi parlava di ricordi che non potevo conoscere? Tuttavia non potevo interrompere quel discorso appena iniziato, sicché presi a prestito Emily Dickinson e gliela recapitai nel solito tovagliolo.
“E' una curiosa creatura il passato ed a guardarlo in viso si può approdare all'estasi o alla disperazione.”
Dietro la colonna, vidi Emma detergersi gli occhi dentro un fazzoletto orlato di pizzo.
Tremante, le portai un piatto di ravioli in brodo e attesi il suo sguardo. Invece mi  piovvero addosso parole inaspettate.
“Ragazzo, tu mi riporti il passato. Hai il volto di un ricordo doloroso e non so indovinare perché il destino ti abbia avvicinato a me.”
Le parole mi scapparono di bocca, prima che potessi fermarle.
“Temo di essermi innamorato di lei, signora.”
La donna sorrise e mi strinse una mano fra le sue. “Come ti chiami ragazzo?”
“Federico.”, risposi rosso di vergogna.
“Federico, ti amo anch'io nel ricordo.”, disse senza pudore e aggiunse: “Se ti può bastare.”
Aveva detto “Ti amo” quella donna, con un accento straniero, figlia di un cielo azzurro della riviera, senza più bombe e colmo di speranza. Decisi di farmelo bastare e accolsi, nel poco tempo libero, la sua compagnia riservata e misteriosa.


Settembre giunse presto, in quella strana estate e dovetti tornare a Voghera, nella nebbia impastata di puzzo di letame, dove Arturo seguitava a mandare avanti l'azienda agricola di famiglia.


Mi mancava Emma, il suo respiro quieto interrotto dai lunghi sospiri, quel suo indugiare malinconico sui miei occhi e quelle parole di niente.
La pensavo tra le palme della riviera, a godersi il sole che a Voghera ci era negato e a respirare l'odore del mare. L'unica cosa che ero riuscito a scoprire era che Emma, al Grand Hotel di Sanremo, aveva fissa dimora.


L'inverno avvolse nelle spire fredde il calore dell'estate e ammantò di neve tutti i desideri, pure quelli più peccaminosi. Da Sanremo, mi giunse la consueta lettera del Grand Hotel che, unitamente agli auguri di Natale, mi rinnovava il contratto di cameriere per l'estate successiva.
Che emozione mi si agitava nel fondo! E quanto avrei voluto rispondere inviando anche una missiva per Emma, ma mi astenni per non causarle danno.
Studiavo la poesia, più che le materie tecniche per presentarmi preparato al mio incontro con lei e per farlo, mi rifugiavo sul soppalco della stalla, tra il puzzo di animale e l'odore buono del fieno.
Declamavo i versi di Caproni, quelli che Emma ed io avevamo recitato di fronte alla Chiesa dei Corallini di Cervo. Quei versi, li sbriciolavo nel cuore, insieme alla paglia.
“Ricordo una chiesa antica, romita, nell'ora in cui l'aria s'arancia ... e si scheggia ogni voce sotto l'arcata del cielo. Eri stanca, e ci sedemmo sopra un gradino come due mendicanti. Invece il sangue ferveva di meraviglia, a vedere ogni uccello mutarsi in stella nel cielo.”


Fu durante uno di quei reading solitari che sentii un applauso lento e cadenzato venire dal basso dal fienile. Mio cugino Arturo. Con la benda nera sull'occhio che non era più.
“Ti piace Caproni?”
“Conosci questo poeta?” e, insolentemente, avrei voluto aggiungere: “Tu che non sai cosa sia la pagina stampata di un solo libro.”
“Lo conosco perché me lo fecero incontrare. E da allora coltivo la poesia col granoturco e la lavo nelle risaie.”
Che sopresa Arturo!
“E tu, com'è che conosci la poesia?”
“Vado a scuola.”, ribattei sulla difensiva, ma poi mi lasciai andare e gli raccontai ogni cosa. Di Emma, del suo amore per un ricordo inconfessabile e del suo passato misterioso, che non era dato sapere.
Al termine del mio racconto, vidi una lacrima scendere da quel solo occhio di Arturo. Una lacrima densa, pastosa, come se fosse stata trattenuta per lungo tempo.
“Cosa succede Arturo? Piangi come se conoscessi Emma.”
“In tempo di guerra, accadono molte cose strane, Federico. Incontri fratelli che il giorno dopo la follia umana ti porta via con uno sparo. Abbracci sorelle costrette a prostituirsi. Asciughi lacrime di bambini che la vita, per un attimo, ti regala come fossero tuoi. E stringi al cuore persino i nemici. Emma... Emma era una Kapò nazista. Lo sai cos'è una Kapò?”
Assentii.
“Lei aveva il compito di amministrare il Block dei detenuti e senza pietà alcuna, come volevano le SS. Decideva dei nostri destini, compresa l'ora della morte.” Fece una pausa. “Ma, come ti dicevo prima, in tempo di guerra, accadono cose strane. La carne è, come dire, più carne e i sentimenti sono come ferite aperte. Emma non era una di loro. Ce l'aveva messa suo padre a svolgere quel compito ingrato. Suo padre era un generale delle SS, spietato al punto da non risparmiare un destino tanto feroce nemmeno a sua figlia. Ma lei era diversa, lei ci aiutava come poteva a noi poveri diavoli, vittime della follia nazista. La sera che mi tolsero l'occhio fu perché la trovarono a baciarmi. Io ed Emma eravamo innamorati, Federico... Non la rividi mai più. L'unica cosa che seppi di lei è che barattò la mia vita con i favori per un colonnello.”

Arturo tacque e a me, per la prima volta, si strozzò in gola una vera malinconia.
Non lasciai passare l'inverno. Mio cugino Arturo, me lo caricai su un treno e lo portai al suo incontro con il destino. Non tutti i treni, per fortuna, portano ad Auschwitz.

 

 

Mag

Concorso letterario nazionale Naviglio Martesana
3° posto ex aequo per il racconto di Mag (tema libero)