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  • Luigi Enzo Mattei (martedì, 25. febbraio 2014 22:18)

    Sono contento, bella presenza !

Jules Janin (1804-1874), Vojage en Italie, Parigi, Bourdin, 1839.

Scrittore e drammaturgo francese esponente di spicco del romanticismo francese, nominato accademico di Francia nel 1870.

Mi trovo in una vecchia e strana città che vi voglio descrivere prima di dirvene il nome.

 

S’entra con una certa lentezza in una lunga strada accompagnata da entrambi i lati da portici oscuri, a tal punto che le case non sembrano avere né porte né finestre. Sotto i portici senza fine, più che camminare, gli abitanti scivolano via come ombre. Si arriva in questo modo ai piedi di una torre che occupa il centro della città mentre non s’ode altro suono che non sia il rullare dei tamburi; invece dei cittadini infatti si sono incontrati soltanto dei soldati armati, soldati estranei essi stessi al potere straniero che governa il luogo.

 

Alla porta della dogana c’è un cippo funerario innalzato da Giulio Romano e il doganiere se ne sta seduto su questa pietra sacra. In un angolo della piazza, uno scultore che a prima vista si rivela per un grande maestro, ha costruito tanto tempo fa una fontana con Nettuno contornato dalle sirene: il dio è nudo e nude e belle sono le fanciulle che gli fanno corona. Un tempo dalle loro turgide mammelle sgorgava acqua in abbondanza e c’è da chiedersi se queste belle sirene siano le sorelle gemelle delle Sabine di Firenze.

 

Ma allora, dove siamo? Chi sa dirci come si chiama questa strana città?

 

Ecco dei palazzi del tredicesimo secolo, ecco una di quelle vecchie prigioni che le repubbliche italiane solevano costruire e riempire; ecco il palazzo comunale costruito per i vecchi cardinali, governatori sdentati di San Pietro che potevano salire le scale a dorso di mulo. Più lontano, nascoste sotto l’ombra dei portici, si incontrano vecchie case nobiliari costruite niente meno che da quel grande architetto che fu il Palladio, splendide mura che prenderemmo per mura genovesi!

 

Qual è dunque questa città triste e silente che tiene nascoste la propria fortuna, la propria bellezza e la propria origine?

 

Vi si respira un indefinibile odore inebriante e nauseabondo di teologia e di atticismo, di poesia e di fiori appassiti, di biblioteca e di museo, d’amore e di cimitero, un odore che nessun poeta potrebbe definire. Ma non è più la Firenze inebriata dalla feccia delle proprie nobili passioni, non è più la vecchia Pisa sovraccarica delle proprie pitture, non è più Genova opulenta che ostenta la propria fortuna in mancanza di spirito, di coraggio e di libertà; si tratta di una rovina pedante e sdegnosa che non rassomiglia ad alcuna delle rovine d’Italia. Il fatto è che siamo entrati senza saperlo nel cuore di questa vecchia città universitaria che si chiama Bologna, che da sola ha consumato più pergamene, più tavolozze, più inchiostro, più pulpiti, più berretti dottorali di ogni altra città italiana, nobile straccio che di volta in volta ha ripulito la chiesa, l’anfiteatro, la scuola, il museo e che di volta in volta sa di sangue, d’olio, di trementina e d’incenso.

 

Non ci sarebbe da credere a quello che è successo in questa città priva di vita: vi ha allignato perfino la magia. Questa città che oggi non ha nemmeno la voce per piangere, un tempo parlava agli spiriti infernali. La prima volta che un medico ha sezionato un cadavere per scoprire nelle interiora del morto i segreti della vita, medico e cadavere erano bolognesi. La prima cattedra di teologia venne instaurata a Bologna. Prima che in ogni altra parte d’Italia, si insegnava a Bologna il diritto, la logica, l’astronomia, l’ebraico, il siriaco, il greco e l’arabo. Queste dotte mura si ricordano ancora della loro antica funzione, l’aria che vi si respira è sovraccarica di scienza, il lastrico delle strade ne è impregnato, le stesse case hanno assunto un che di pedantesco. Che chiasso incredibile doveva esserci quando questa immensa scuola era piena, quando questo esercito di professori e di allievi ogni giorno s’abbandonava liberamente alla possente dialettica che doveva generare tante idee e tanti paradossi. Città fuori della mischia, si dedicava allo studio mentre si combatteva attorno ad essa. Ella restava calma in mezzo al furore, mentre il vecchio e il ragazzo, lontano dal fragore delle armi, venivano ad apprendervi le belle lettere o a rinfrescarne la memoria. Era allora come un territorio neutro, lontano dai campi di battaglia, che si erano riservate le scienze e le arti, un territorio nel quale non si poteva entrare con le armi in mano.

 

Più ci si addentra in Italia, più si resta colpiti dalla singolarità delle città italiane.

 

Sin dall’inizio ciascuna da propria una data passione, un bisogno, un modo di vivere a cui resta fedele fino alla fine.

Questa è nata con il pallino del commercio, quella della guerra; l’una s’è appassionata alle dimore lussuose, l’altra ai ricchi musei; alcune sono andate in estasi, come donne galanti, per i gioielli e l’argenteria, le belle stoffe d’oro e di seta; altre sono gelose delle armature cesellate; queste innalzano delle fortezze, quelle dei palazzi sontuosi; certune si distinguono per lo splendore delle ville; certe altre, figlie perdute di imperatori, si dedicano al circo, al teatro o ai bagni pubblici; molte si rovinano devotamente per innalzare chiese, cattedrali e cappelle; assai poche si mettono alla ricerca dei libri, s’abbandonano anima e corpo alla scienza e riconoscono la sovranità di Aristotele e Platone.

L’onore di Firenze consiste nell’aver fatto proprie le nobili passioni che le altre città si sono divise. Firenze le ha coltivate tutte ed è stata di volta in volta, cattedrale, fortezza, fondaco, museo, biblioteca, scuola. Tuttavia come scuola, Firenze è rimasta molto indietro rispetto a Bologna, ed è l’unica volta in cui è stata vinta da un’altra città. Il che naturalmente costituisce un grande onore per Bologna.

 

Ma dove si è vanificata tutta questa scienza? Perché questa scuola è abbandonata?

 

Il fatto è che qui tutto manca d’aria, di spazio, di movimento, in una parola manca di libertà!

 

Posso capire che una città che non è altro che un museo o un teatro, o perfino una cattedrale, faccia cattivo uso di sé e scompaia dal novero delle nazioni.


  Posso concepire Pisa deserta, Firenze avvolta nel silenzio, Genova abbandonata, Venezia spopolata.

 

    Queste rovine hanno una loro logica, sono la conseguenza della legge di Dio e degli uomini secondo la quale presto o tardi i grandi monumenti vanno in rovina.

 

    Ma non riesco a capire una scuola deserta,immobile, silente!


 

Non voglio con questo sconvolgere l’Italia da cima a fondo; ma non sarebbe certo un male se, in questa Italia prigioniera, i governi lasciassero libero un luogo di qualche miglio quadrato, perché i giovani vi si potessero dedicare agli studi e perseguire in assoluta libertà ogni follia della scienza e delle belle lettere, queste dolci, utili, ammirevoli ed innocenti follie!

 

Se un giorno la città di Bologna poteva isolarsi in mezzo alle guerre civili per studiare la filosofia, la medicina, la teologia, tutte scienze che richiedono innanzi tutto libertà, perché oggi non si sarebbe dovuto fare dell’Accademia di Bologna un’isola affinché una volta nella vita le giovani intelligenze italiane potessero avere l’occasione di esibire i loro sogni?

 

Sarebbe stato bello allora vedere una simile città rumoreggiare per il pensiero e per il lavoro, mentre le altre città italiane hanno il rumore dell’inazione e del piacere.

 

Non si sarebbero potuti nemmeno paragonare i pacifici giardini dell’accademia ateniese, i portici della Roma ciceroniana, i giardino di Sallustio a questa Bologna italiana e libera.

 

Sarebbe stato questo l’unico modo perché l’Italia potesse avere una scuola stimata da tutte le altre scuole europee, l’unico modo per ricondurre all’ordine, fornendo loro una prospettiva di qualche anno, tutti quegli spiriti turbolenti che se ne vanno in giro raccogliendo a caso e facendo proprie le dottrine che rovesciano i troni.

 

Posta come è al centro dell’Italia, Bologna avrebbe potuto essere un luogo di rinnovamento e di riposo. Le sue porte sarebbero rimaste aperte a tutti gli spiriti malcontenti e poco pericolosi che vogliono solo farsi compatire. Bologna sarebbe diventata la patria dei poeti turbolenti, degli avvocati democratici, dei filosofi scettici, dei cattolici in rivolta, di tutti gli innocenti costruttori di utopie.

 

Unica viva in mezzo a città morte, unica capace di agire fra città inerti, unica in grado di opporsi fra città che sanno solo obbedire, avrebbe potuto ricordare la Bologna del quattordicesimo e del quindicesimo secolo che educava sia i repubblicani che i monarchici, i cattolici e gli scettici, i preti e i filosofi e che, così formati dalle sue cure, venivano inviati da ogni parte per tener desta l’eterna dialettica degli opposti sui quali si basa la vita del mondo.

 

Era questo il mio sogno in queste strade vuote, in queste scuole senza discepoli, in queste biblioteche piene di libri ma non di lettori. Era per me una fatica dolorosa non incontrare altro che case vuote, palazzi inutili, piazze deserte.

 

Finché si tratta dei capolavori che i vecchi pisani e i vecchi fiorentini lasciarono dopo di sé in terra, tiravo un sospiro di pazienza; ci sono opere così grandi che riempiono di per sé la solitudine, ma chi può capire la solitudine di un’accademia? Così erravo a caso sotto i portici, entravo a caso nelle scuole e a caso entravo nella pinacoteca, muta come tutto il resto.

 

Occorre proprio che questa terra d’Italia sia piena di capolavori, poiché nel cuore di questa città di Bologna, oscura e silenziosa, splendano di una luce ineguagliabile fra i quadri dei tre Carracci e le tele del Domenichino e il san Francesco di Guido e la S. Cecilia di Raffaello!